Lingotti e gigabyte

Postato da: Davide Vacca
Categoria: Cosa fare adesso
Sovranità digitale: un lingotto d'oro e un hard disk affiancati nella stessa teca di un caveau, custoditi con la stessa cura

Pochi giorni fa la banca centrale olandese ha finito di spostare ottantasei tonnellate del suo oro dai caveau di New York e di Ottawa a quelli di Londra. Roba da addetti ai lavori.

Qualche mese prima aveva fatto lo stesso, in modo più clamoroso, la Banca di Francia: centoventinove tonnellate tolte dalla Federal Reserve e sostituite con lingotti custoditi in casa propria.

Con un effetto collaterale niente male: una plusvalenza di quasi tredici miliardi di euro. Non in cassa, in bilancio: quell’oro era iscritto al prezzo a cui era stato comprato decenni fa, e venderlo ha obbligato a scrivere quanto vale davvero adesso.

E il governatore francese si è premurato di chiarire una cosa: non è una decisione politica, è una scelta tecnica e di buon senso.

Quella frase è il motivo per cui ne scrivo. Di sovranità digitale si discute a colpi di bandiera, e messa così non si decide niente: o proclami, o spallucce. Trattata come una scelta tecnica diventa una cosa che si valuta e si mette a preventivo. Ed è la stessa domanda che dovremmo farci sui nostri dati.

Sovranità digitale: i preziosi nel caveau di qualcun altro

In nessuno dei due casi qualcuno ha caricato lingotti su un aereo con la scorta: si è venduto oro da una parte e se n’è comprato di equivalente dall’altra. Il risultato però è quello: le riserve non stanno più dove stavano.

E qui i lingotti diventano un’altra cosa. Le cose di valore di un’azienda, oggi, non sono oro: sono la posta, il gestionale, i contratti, l’archivio di vent’anni di lavoro. E nella stragrande maggioranza delle PMI italiane stanno in un caveau che non controlliamo. Il punto è tutto qui: non dove immagini che stiano i dati, ma a chi risponde chi li custodisce, e cosa succede il giorno in cui quel qualcuno riceve un ordine che non arriva da te.

Nell’articolo precedente ho raccontato di un giudice della Corte Penale Internazionale che in una notte si è ritrovato carta e account bloccati: era finito su una lista di sanzioni americana, e la sua banca europea ha eseguito. Non era un problema di furto, era un problema di controllo.

Tre domande da farsi prima del prossimo rinnovo

Non è la crociata del prodotto europeo, e non si rinuncia per principio a una tecnologia americana, che spesso è anche la migliore. Per chi manda avanti una piccola o media impresa, si riduce a tre domande.

La prima: di chi è il caveau? Qui si sbaglia quasi sempre, e in buona fede. Avere i dati in Europa non basta: se la società che li custodisce ha la casa madre fuori dall’Unione, le leggi di quel Paese la seguono anche dentro un data center di Francoforte, e il GDPR, il regolamento europeo sulla protezione dei dati, non le annulla. Il confine non passa sulla mappa, passa sulla proprietà. Noi questa risposta ce la siamo data anni fa, e ha deciso dove stanno oggi la posta e le macchine dei nostri clienti. Non è ideologia, è sapere l’indirizzo di casa dei propri preziosi.

La seconda: chi ha in mano l’infrastruttura? Un conto è affittare un servizio chiavi in mano da un colosso, dove se cambiano le condizioni o il prezzo puoi solo adeguarti. Un altro è costruire su tecnologie aperte, quelle il cui codice è pubblico e che nessuno può ritirare dal mercato. È la strada che abbiamo preso per le infrastrutture che gestiamo, e non l’abbiamo presa perché costa meno.

Va detta però una cosa che di solito si tace, perché fa meno effetto: la dipendenza non sparisce, cambia forma. Quello che non paghi in licenze lo paghi in competenza, e se l’informatico in azienda sei tu e sei uno solo, hai barattato un fornitore lontano con la tua agenda. Resta da capire quale delle due dipendenze si governa meglio, e non è una domanda con una risposta sola.

La terza: quanto mi costa andarmene? Non se posso: quanto mi costa, in mesi di lavoro e in soldi. La vera trappola non è usare un servizio straniero, è costruirci sopra tutta l’azienda finché uscirne diventa un progetto che nessuno ha voglia di aprire. Quella cifra nessuno ce l’ha pronta in un cassetto, ma una stima a spanne fatta oggi vale mille volte quella precisa che ti tocca fare il giorno in cui non puoi più scegliere.

Ed è qui che l’oro smette di somigliarci, che è poi la parte più istruttiva della storia. Alle due banche centrali il trasloco non è costato quasi niente, perché un lingotto vale un altro lingotto: si vende di qua, si compra di là. La posta di novanta persone no, quella va migrata davvero. E non a caso gli olandesi l’hanno portato a Londra, fuori dall’Unione: non cercavano le proprie leggi, cercavano il posto dove venderlo in giornata, se un giorno servisse. Aumentare la negoziabilità delle riserve, l’hanno chiamata: la capacità di muovere le proprie cose in fretta. È la parola che in azienda non diciamo quasi mai, ed è quella che nel digitale non si compra dopo.

Quello che possiamo imparare dalle banche centrali

Nessuna delle due ha fatto un gesto eroico: hanno fatto un ragionamento da buon padre di famiglia, le cose di valore è meglio tenerle dove comando io e dove posso metterci le mani in fretta. Per una PMI vale lo stesso, senza i tredici miliardi. Non è un tema da convegno, è una voce dell’analisi del rischio accanto al firewall e ai backup: e come quelli la si guarda quando le cose vanno bene, perché dopo è tardi.

Non serve spostare tutto domani mattina, serve cominciare a farsi la domanda. E la prima è la più semplice: sai dire, adesso, in quale caveau stanno i preziosi della tua azienda, e di chi è quel caveau?

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