Il mese sbagliato per perdere tutto

Postato da: Davide Vacca
Categoria: Dal campo di battaglia
Un commercialista sommerso dalle scadenze di luglio con un disco enorme appeso sopra la testa, metafora del backup dei dati aziendali che non c'è

Quest’estate, un pomeriggio verso le quattro e mezza, mi squilla il telefono. È un amico commercialista, uno che l’informatica del suo studio se l’è sempre gestita da solo, con competenza, perché di computer ci capisce davvero. Ma stavolta la voce è diversa: “Davide, il portatile non parte più”. Ha provato F8, F11, tutte le combinazioni che conosce. Niente: è come se il disco con Windows fosse sparito. “Portamelo qui in ufficio che lo analizziamo”, gli dico. E mentre riaggancio mi torna in mente quante volte ho già visto questa scena.

Due dischi, un solo computer

Mezz’ora dopo è da noi. Accendiamo il portatile e il logo del produttore resta fisso sullo schermo per dieci minuti buoni. Lo spengo, lo apro. Dentro ci sono due dischi: un SSD con Windows, i programmi e il lavoro, e un secondo disco da 1 TB dove ogni tanto finiva una copia dei dati. Smonto l’SSD, lo infilo in un adattatore USB, lo collego a un altro computer. Non viene rilevato: è andato. Il mio amico è sbiancato.

Ma il problema vero non era il disco guasto. Il problema gliel’ho letto in faccia, e le sue parole me l’hanno confermato: “Ogni tanto faccio una copia da C a D”. Ogni tanto. Due dischi dentro lo stesso portatile, e nessuna copia che partisse da sola. Non era un sistema, era un gesto.

I segnali che nessuno ha il tempo di ascoltare

Poi, parlando, salta fuori la parte che mi ha colpito di più: quel disco aveva avvisato.

Da qualche giorno la copia del file di posta, il .pst di Outlook, finiva in errore. E il computer era diventato più lento del solito, di quella lentezza che non blocca niente ma che uno nota. Detti così sembrano due fastidi qualsiasi. Sono invece i due sintomi classici di un disco che sta cedendo: le copie si fermano perché ci sono blocchi che non si lasciano più leggere, e tutto rallenta perché ogni lettura sbagliata viene ritentata decine di volte prima che il sistema si arrenda.

Solo che era luglio, e parliamo di un commercialista con le scadenze addosso e la testa in cento posti. Chi ha il tempo di fermarsi, in mezzo alle dichiarazioni, per ascoltare un disco che si lamenta? Non è distrazione: è che il segnale arriva sempre nel momento peggiore per raccoglierlo.

E quei due sintomi erano soltanto la parte che si vede. Ogni disco moderno tiene un registro di autodiagnosi, si chiama SMART, dove annota i propri parametri di salute: settori riallocati, errori di lettura, celle consumate. Quei numeri cominciano a peggiorare giorni prima che l’utente si accorga di qualcosa. Il guaio è che per leggerli bisogna sapere che esistono, e poi mettersi a controllarli tutte le mattine.

Quando anche il piano B chiede una password

Gli preparo subito un altro portatile, uno dei muletti che teniamo in magazzino già pronti con Windows e i programmi da ufficio. Creo un utente per lui e collego il disco D, quello delle copie occasionali, per recuperare il recuperabile.

E qui arriva la seconda doccia fredda. BitLocker, il sistema di cifratura di Windows, fa esattamente il suo mestiere e ci chiede la chiave di ripristino: quarantotto cifre. Quella chiave non la ricordava nessuno, e nessuno ricordava nemmeno di aver acceso la cifratura.

E qui la giornata cambia, in un modo che vale la pena sapere. Quando Windows attiva BitLocker su un computer collegato a un account Microsoft, la chiave la archivia da sola dentro quell’account, nella sezione dei dispositivi. Da lì si copia in un minuto, a patto di sapere in quale account guardare: negli anni se ne aprono diversi, e la parte lunga della giornata è stata proprio ricostruire quali fossero e provarli uno per uno. Alla fine saltano fuori le chiavi di tutti e due i dischi, il D e anche il C. Il disco D si apre.

Cosa è rimasto, e cosa no

Dentro non c’è un backup ordinato né recente, ma è comunque meglio di niente. Nelle settimane dopo il mio amico è andato a cercare in ogni posto dove negli anni fosse finita una copia di qualcosa, e per fortuna era parecchia roba: la maggior parte del lavoro l’ha rimessa insieme.

Non tutto, però. Alcuni archivi di posta e i dati di un gestionale che nessuno aveva mai incluso nelle copie non ci sono più, e non ci saranno mai più. Qualcosa ricostruirà dai messaggi scambiati con i clienti, il resto è semplicemente andato.

È la parte della storia che non si aggiusta. Il backup dei dati aziendali non è una cosa che si fa ogni tanto, quando ci si ricorda: è un processo, e un processo o parte da solo e viene controllato, oppure non esiste. Due dischi dentro lo stesso portatile muoiono nello stesso incidente, e vale per il computer di un professionista come per il server di un’azienda di cento persone: cambia la dimensione del danno, non il meccanismo.

Il guanto da forno

Il seguito è la parte che preferisco. Qualche settimana dopo ci siamo seduti a fare il discorso che in tanti anni non avevamo mai fatto, e questa volta davanti avevo una persona diversa: non più quello che l’informatica se la gestiva da solo, ma uno che si era scottato, e che ascoltava.

La prima cosa è la più noiosa: un backup dei dati aziendali che parte da solo tutte le notti, si controlla da solo e tiene una copia fuori dallo studio. La seconda è quella che l’ha convinto davvero, e non perché sia la più grossa: perché è la più concreta. Sui computer che seguiamo c’è un piccolo programma che legge i parametri SMART tutte le notti e manda l’allarme a noi invece che al cliente. Se ci fosse stato a giugno, quel disco lo avremmo cambiato in un pomeriggio concordato, con il lavoro ancora tutto al suo posto. E poi c’è il dettaglio che quella mattina avrebbe cambiato tutto da solo: nello stesso posto finiscono anche le chiavi di BitLocker di ogni macchina. Sarebbero state a portata di mano in dieci secondi, invece che sparse in una decina di vecchi account da ritrovare a tentativi.

Nessuno mette il guanto da forno prima di essersi bruciato almeno una volta. Con i dati, però, la bruciatura non passa: i dati non si perdono il giorno in cui muore il disco, si perdono nei giorni prima, quando il disco lo aveva detto e non c’era nessuno ad ascoltarlo.

Se leggendo questa storia ti è venuto un dubbio su come vengono salvati i dati della tua azienda, parliamone.

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