Preghiere, Netflix e un DHCP in ginocchio

Postato da: Davide Vacca
Categoria: Dal campo di battaglia
Illustrazione di un tecnico che spinge in salita un server DHCP come Sisifo, metafora di una rete aziendale lenta con troppi dispositivi.

Qualche anno fa un cliente mi ha detto che un suo amico aveva bisogno di un buon consulente IT. “Gestisce l’Istituto Giacometti, ha qualche problema di rete, puoi dargli un’occhiata?”

Arrivo a Torino e scopro che l’Istituto Giacometti non è un ufficio. È un quartiere intero. Una comunità di suore, una scuola elementare, un asilo, un pensionato con molte ospiti. Tutto dentro le stesse mura.

Mi accoglie il signor Massimo, che si definisce “l’amministratore delegato senza portafoglio”, perché le decisioni di spesa sono prese dalla comunità religiosa, ma l’organizzazione pratica è tutta sulle sue spalle. Anche l’informatica. Mi guarda e mi dice: “Abbiamo un problema che non riusciamo a risolvere. Chi si collega al wifi spesso non ci riesce. E a volte non ci riesce nemmeno chi è collegato via cavo. L’azienda che ci segue ci ha spiegato che siamo in troppi. Dice che il DHCP ha solo 254 indirizzi.”

Pausa. Duecentocinquantaquattro indirizzi.

Una rete aziendale lenta quando i dispositivi sono troppi

C’è un protocollo, che si chiama DHCP (Dynamic Host Configuration Protocol), che fa una cosa semplice: assegna un indirizzo a ogni dispositivo che si collega, come un parcheggiatore che dà un posto a ogni auto che entra. Se i posti sono 254 e le auto sono di più, qualcuno resta fuori. Ecco perché certe mattine il wifi non rispondeva: non era una questione di “troppa gente”, era un parcheggio progettato troppo piccolo.

Io e Massimo facciamo due conti. Le signore al pensionato, ognuna con tablet e smartphone per guardare Netflix o RaiPlay la sera. La comunità delle suore. Studenti, insegnanti, maestre. La segreteria, l’economato, la presidenza, le stampanti, i server fisici e quelli virtuali. Quando sommiamo tutto, arriviamo a più di trecento dispositivi che nel corso della giornata si collegano alla rete. E tutti, tutti, stanno provando a entrare in quei 254 posti.

Ma il numero di indirizzi era solo la punta. Chi aveva progettato la rete aveva messo tutto su un’unica subnet, una sola classe di indirizzi per l’intero istituto. Il problema vero non era lo spazio: era che non c’era nessuna segmentazione. La rete del pensionato, quella della scuola, quella della segreteria, quella della comunità erano tutte mescolate insieme. Tradotto in pratica: un dispositivo infetto di una signora che scarica l’app sbagliata, e quel problema si sarebbe propagato in un attimo ai server della segreteria e ai dati della scuola. Una rete aziendale lenta è un fastidio quotidiano. Una rete piatta e senza barriere è un rischio di sicurezza serio.

Il sopralluogo ha peggiorato il quadro. Nel centro stella gli switch erano Ubiquiti. Negli armadi periferici, Zyxel di tutt’altra generazione, apparati che non si parlano come dovrebbero. Alcune dorsali erano in fibra ottica, la maggior parte ancora in rame a 1 Gb. Dieci access point per coprire un complesso con centinaia di stanze, aule e corridoi. Nessun firewall perimetrale, solo un router. E sopra tutto questo, nessun controllo sulla sicurezza dei pacchetti che entravano dall’esterno.

Ho guardato Massimo e gli ho detto quello che già sapeva: “Qui non si aggiusta. Si riprogetta.”

Ripartire dalle fondamenta

Il progetto che ho preparato partiva da un’idea semplice: trattare ogni comunità come una rete a sé. Le signore del pensionato hanno esigenze diverse dalle maestre, che hanno esigenze diverse dalla segreteria, che ha esigenze diverse dalla comunità religiosa. Mescolarle era il peccato originale da rimediare.

La proposta tecnica prevedeva nuovi switch in tutti gli armadi, coordinati e gestiti centralmente, così che parlassero la stessa lingua. Dorsali in fibra ottica ridondate a 10 Gb. Access point EnGenius distribuiti in modo intelligente e gestiti da un controller unico, per coprire davvero l’intera struttura senza zone d’ombra. Una coppia di potenti firewall SonicWall per separare le reti, scrivere le regole necessarie e soprattutto fare ispezione profonda dei pacchetti in ingresso. E infine, sostituire i computer più vecchi che ormai rallentavano il lavoro quotidiano.

Il progetto era importante anche dal punto di vista economico. Ma c’era un dettaglio che ho curato dall’inizio: tutto l’hardware doveva essere coperto da cinque anni di garanzia e supporto tecnico. Cinque anni di tranquillità, non cinque anni di “speriamo che regga”.

Quando Massimo e la comunità hanno visto che il tutto poteva essere trasformato in una piccola rata di noleggio, invece di un esborso immediato per acquisto e installazione, hanno deciso di affidarsi a noi. Abbiamo firmato, abbiamo riprogettato tutto da capo, e da quel giorno la rete dell’Istituto Giacometti è diventata veloce, stabile e sicura.

La lezione che possiamo portarci a casa

Quando una rete cresce senza un progetto, prima o poi smette di funzionare. Non perché “siete in troppi”, come si sente dire. Ma perché chi l’ha disegnata non ha mai immaginato cosa sarebbe diventata.

Una rete per una scuola, un pensionato e una comunità religiosa non può essere la stessa rete di un appartamento. Ogni gruppo ha esigenze diverse di banda, di accesso e soprattutto di sicurezza. Tenerli separati non è una complicazione: è la condizione perché tutto funzioni e perché un problema su una parte non diventi un problema per tutte. La segmentazione che risolve una rete aziendale lenta è la stessa che, il giorno di un attacco, decide se il danno resta confinato o dilaga ovunque.

Se la tua rete oggi “tiene”, ma ti accorgi che ogni tanto qualcuno non si collega, che il wifi è lento in certi orari, che i dispositivi nuovi fanno fatica a entrare, non aspettare che finiscano gli indirizzi. Parliamone.

I fatti narrati sono reali. Per proteggere la privacy dei protagonisti ho scelto nomi di fantasia. I responsabili dell’Istituto «Giacometti» sono disponibili a confermare privatamente quanto raccontato.

 


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